Benedict Wells: intervista all’autore di La fine della solitudine

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Due settimane fa ho scritto sulla mia pagina facebook una notizia che mi ha reso particolarmente felice. Vi scrissi che avrei intervistato l’autore di un romanzo che io ho amato e a cui ancora oggi penso e ripenso, sentendo i personaggi ancora qui vicino a me. Oggi ho intervistato Benedict Wells, che ha scritto La fine della solitudine, pubblicato in Italia da Salani Editore.

Grazie proprio alla casa editrice, ho avuto il grande onore di mettermi in contatto con l’autore per l’intervista che a breve vi riporterò. Vi assicuro che ero davvero in ansia e, più che una persona professionale, mi sentivo come una ragazzina alle prese con la sua prima cotta. Parlare con l’autore di uno dei miei romanzi preferiti (se leggete la mia recensione potrete capire anche perché io sia così esaltata) è stata un’emozione unica.

Ma dato che l’intervista è abbastanza corposa, io direi di iniziare:

Chi è Benedict Wells come persona e come scrittore?

Buona domanda. Penso alla prima parte della domanda da tutta la vita. Però sicuramente ci sono grandi differenze tra la persona e l’autore. Direi che sono abbastanza pigro, invece l’autore lavora tantissimo ed è molto efficiente. Ogni tanto lo guardo affascinato e dico: “ma com’è possibile che sta di nuovo lavorando, di nuovo scrivendo?” Però in realtà non c’è una risposta alla domanda perché non riesco a vedermi, non riesco a dare una risposta. La domanda è veramente buona, ma non riesco a trovare una risposta precisa. L’autore è un po’ il tutto e la persona è una parte. La domanda è un abbastanza complessa per dare subito una risposta, vorrei pensarci un po’ su.

E io che credevo di metterti a tuo agio con questa domanda, invece ho complicato tutto!

[Ride]. La cosa affascinante dello scrivere per un autore è che si possono interpretare diversi ruoli. Ci si può immedesimare in vari caratteri. Un po’ come un attore che magari in un film ha una parte molto calma e introspettiva e in un altro film fa tutto il contrario. Un attore potrebbe prendere il libro La fine della solitudine, lo leggerebbe, farebbe qualche commento sarcastico e lo butterebbe nell’angolo. Invece tutti e due sono io: sono quello che ha scritto il libro e quello che lo butterebbe via. Questo passaggio tra i diversi ruoli è proprio la cosa affascinante dello scrivere. Poter interpretare varie emozioni e vari personaggi. Comunque è una domanda veramente difficile, perché è molto difficile dire se è la persona che controlla l’autore o piuttosto l’autore che controlla la persona.

Mille sfaccettature di una persona riunite all’interno di un libro, quindi.

Quello che faccio è prendere un’emozione e inserirla in qualche la fine della solitudinemaniera nel mio libro. Ad esempio io non ho perso i miei genitori, ma ho preso quest’emozione della perdita e della solitudine, del cambiamento e intorno a quell’emozione ho creato la storia. Però non sono eventi che sono successi a me. Posso fare un altro esempio: io stesso sono stato in un collegio per tredici anni. Sono arrivato lì quando avevo sei anni e per me il tempo in collegio non è stato terribile. Ero anche abbastanza contento in collegio. Però di questo periodo ho preso solo una piccola parte, che è stato quando avevo sette anni, ero in vacanza e poi una domenica sera sono dovuto tornare in collegio. Era buio e avevo paura di tornare lì, non ci volevo andare, anche se dopo sarei stato bene, nonostante ci fossero stati tanti momenti contenti e gioiosi. Però ho preso proprio l’emozione di quella serata lì e ne ho fatto un’altra storia intorno. È questo che faccio: prendo le emozioni che ho vissuto e tralascio altre emozioni – magari più gioiose – per creare altri libri.

Quindi quanto di Benedict Wells – oltre alla tua esperienza al collegio – possiamo ritrovare all’interno del romanzo?

47,8% [ride]. Sicuramente è il libro più personale che io abbia scritto perché non ho nascosto nulla, ho voluto proprio guardare in faccia ad alcune emozioni, come la perdita di persone care. Perché normalmente, quando dobbiamo confrontarci con queste situazioni tendiamo a volgere lo sguardo velocemente e a confrontarci superficialmente con questi eventi. Però se facciamo così l’unica emozione che ci rimane è la paura e invece in questo caso voluto fare il contrario: ho voluto guardare queste situazioni, finché non avessi trovato qualcosa da mettere contro a queste emozioni, come la morte e la perdita Ho cercato proprio di dare uno sguardo più approfondito e quindi – come abbiamo detto – non sono eventi che davvero mi sono successi, però le emozioni sono vere, sono quelle che ho sentito sulla mia pelle. Il libro è allo stesso tempo non personale e comunque molto personale.

Sono emozioni arrivate anche al lettore. Secondo la mia esperienza, durante la lettura, mi sono ritrovata molto nel protagonista, Jules.

la fine della solitudineSicuramente riesco a identificarmi non solo con Jules, ma con tutti i personaggi del mio libro. Ci ho lavorato per sette anni e quando vado in giro, quando sono alla metro o vado a fare una passeggiata, me li trovo accanto. Quindi sono riuscito a immedesimarsi moltissimo con loro, mi sono molto vicini. Però allo stesso tempo, dopo sette anni, sono stato anche abbastanza contento di poterli lasciare e di poter lasciare questo mondo. Perché comunque le tematiche con cui mi sono confrontato non sono facili. Sono molto contento che tu abbia detto che ti sei immedesimata con Jules, perché appunto non ho nascosto niente, non ho utilizzato l’ironia per mascherare questi eventi non molto gioiosi. Ho voluto essere molto onesto e cercare di accorciare le distanze. Quindi è una cosa molto buona se anche il lettore riesce a immedesimarsi con il protagonista.

Ti sei ispirato a qualcuno per la stesura dei tuoi personaggi?

Nella scrittura di questo romanzo sono stato influenzato maggiormente da due romanzi. Uno è un romanzo che in inglese si intitola The Assault (in italiano L’attentato n.d.r) dello scrittore olandere Harry Mulisch che riesce a scrivere una trama molto densa in pochissime pagine. Quello che appare nella trama avrebbe potuto scriverlo in quattrocento pagine, invece lui riesce ad addensare tutto il 180 pagine. Il peso della lettura non lo senti durante, ma solo a posteriori, quando inizi a pensare al contenuto ti accorgi quanto peso ha la storia. Per me è stato molto affascinante capire questa sua tattica. Io non ho studiato letteratura, quindi cerco sempre di  studiare i libri perché mi piacciono, le tecniche utilizzate.

Il secondo libro che mi ha influenzato è quello di Kazuo Ishiguro (Quel che resta del giorno), dal quale ho imparato molto, perché da più giovane ho sempre pensato che ogni pagina doveva essere divertente, dovevo giocarmi tutto in una pagina. Invece con Ishiguro ho imparato ad essere più paziente, perché le cose importanti nel suo romanzo avvengono non in una scena, ma tra una scena e l’altra. Abbiamo delle frequenze dalle quali nascono delle emozioni che in realtà non sono scritte nere su bianco e questa è una tecnica che ho apprezzato molto. Anche il fatto che Ishiguro si giochi la sua carta vincente verso la fine.

Quale momento della trama hai preferito scrivere e quale è stato invece il momento più difficile?

La situazione più divertente da scrivere è stato il periodo in Svizzera,la fine della solitudine perché lì abbiamo solo Jules, Alva e suo marito e la situazione poi ha un esito drammatico. Questo è stato bello perché ho potuto scrivere liberamente. Il resto del libro è stato più difficile, perché la trama si svolge in 35 anni. In realtà il mio libro inizialmente aveva 800 pagine e all’inizio è stato un po’ come la Torre di Zelda, questo gioco dove hai i blocchetti di legno e cerchi di estrarne uno, senza far cadere le altre parti. Ho provato a ridurre il libro in questa maniera. Questo è stato abbastanza difficile.

Ho ripreso la storia ogni cinque anni, perché il libro è composto da vari periodi temporali ed è stato difficile usare il giusto linguaggio per riavviare la storia ogni volta, per non farla addormentare e far andare avanti il lettore. Per la composizione di questo testo, la scelta del linguaggio è stato il momento più difficile e ci ho messo veramente anni a farlo.

Questo libro, quindi, è stato davvero un grande progetto.

Veramente, è stato un grande progetto. Se avessi saputo all’inizio che ci avrei messo tutto questo tempo, forse non avrei neanche iniziato. Ho iniziato questo libro che avevo 24 anni e l’ho finito a 31 anni. In questi sette anni sono cambiato anche io tantissimo e ho sempre cercato di crescere con la storia. Sicuramente a livello creativo è stata la sfida più grande finora per me. Per circa quattro anni, in realtà, il libro era un disastro. Ho cambiato la prospettiva: dall’io narrante sono passato alla terza persona, avevo escluso e scartato le scene tagliate. Ho avuto la telefonata con il mio agente e la mia redattrice, ed erano molto preoccupati, perché non si sapeva come sarebbe andata avanti. Questi però sono anche i momenti più divertenti, perché ti ritrovi con le spalle al muro e devi reagire. Ovviamente non potevo sapere che tutto questo avrebbe avuto i risultati meravigliosi che ha avuto adesso. Ai tempi, però, abbiamo solo cercato di evitare il disastro.

Un grande risultato, che ti ha portato anche al di fuori della Germania. Come hai appreso la notizia e quali sono state le emozioni che hai provato quando hai saputo che il tuo romanzo sarebbe stato tradotto ed esportato?

la fine della solitudineÈ stata una grande gioia per me, perché il dramma dell’autore è che la sua opera ha dei limiti. Perché un quadro, un film sottotitolato o altre opere sono comprensibili a livello internazionale, un libro ha invece il limite della lingua. Ha quindi bisogno di una traduzione ed è sempre difficile per gli autori tedeschi essere tradotti all’estero, a meno che non scrivi su tematiche tedesche solite, tipo storiche. Quindi è stato una grande gioia che almeno uno dei miei libri sia stato pubblicato anche all’estero, in moltissimi paesi. Per me è stato motivo di profonda gioia. La cosa che mi piace molto quando i libri vengono tradotti in Europa, è comunque sono sempre una collaborazione. Ci vogliono sempre due persone: l’autore e il traduttore, che può essere francese, italiano e così via. È una specie di progetto comune europeo e questo è molto bello in tempi in cui l’Europa è un po’ in pericolo.

Ultima domanda. Quali sono i tuoi progetti futuri?

La fine della solitudine è stato un libro che dovevo scrivere, è stato un impulso dall’interno. Adesso, con questo romanzo, sono un po’ arrivato alla fine di un percorso e adesso è la prima volta che vorrei scrivere divertendomi. Ci sono progetti che avevo già in mente e da un po’ di tempo ho voglia di un divertimento quasi infantile, quasi ludico. Sicuramente il mio prossimo romanzo sarà ambientato negli anni ’80. Ho in cantiere anche un racconto breve e anche altre progetti che avevo in serbo da molto tempo.

Quindi sentiremo parlare di te per molto, molto tempo!

Vedremo quanti di questi progetti poi verranno tradotti. Non so per quanto tempo continuerò a scrivere, ma sicuramente nei prossimi anni sì.

Ragazzi, la lunghissima e appassionantissima intervista termina qui. Sono stata davvero onorata di poter avere questa conversazione con Wells che, come avete potuto leggere, è stato più che lieto di rispondere a tutte le mie curiosità. Spero che l’intervista non vi abbia stancati, ma che anzi vi abbia spinto e convinti a leggere La fine della solitudine. Io ringrazio ancora non solo l’interprete che ha permesso che due mondi distanti come il mio e quello di Benedict si incontrassero, ma anche Matteo della Salani Editore che mi ha dato questa enorme occasione. A presto.

2 thoughts on “Benedict Wells: intervista all’autore di La fine della solitudine

  1. Questa intervista si legge che è un piacere!
    Scorre e mi ha incuriosita tantissimo su Benedict Wells, sia come persona che come autore. Inoltre mi è sembrato un ragazzo veramente in gamba e con principi solidi e da condividere *-*
    Sono molto curiosa di leggere questo romanzo **

    Mi è piaciuto tantissimo anche il modo in cui hai impaginato l’intervista :*

    Ottimo lavoro, Maria <3

    1. Non sai quanta ansia avevo per il tuo commento, mi hai aiutato tantissimo con i miei scleri nel periodo prima dell’intervista e sapere che quest’ultima ti sia piaciuta, mi riempie di gioia! Grazie grazie grazie!
      Ho pensato la stessa cosa di Benedict Wells anche io quando l’ho intervistato, non solo simpatico e disponibilissimo, ma anche molto in gamba. E grazie anche per il complimento all’impaginamento della pagina, spero che tu compra questo libro, penso ti piacerà!
      Grazie, Hanna! Davvero!

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